«Non sono d’accordo con quello che citi, ma darei la vita perché tu lo possa citare (purché la citazione sia vera)»

Questo mercoledì, dopo un mese di pausa, tornerà in edicola Charlie Hebdo. La (buona) notizia fornisce lo spunto per parlare di Voltaire, o, per meglio dire, del citazionismo selvaggio e indiscriminato delle (presunte) frasi del filosofo francese. In particolare, di questa:

«Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire»

La saggezza dei tempi andati

La saggezza dei tempi andati

Nei giorni successivi alla drammatica strage nella redazione di Charlie Hebdo, il mondo occidentale andava in cerca di slogan. “Je Suis Charlie” l’ha fatta da padrone, ma chi voleva dare maggiore dignità alla propria presa di posizione ha saccheggiato i repertori di citazioni e ha scovato quella di Voltaire, il filosofo francese par excellence: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire». Perfetta, no? Peccato che non sia veramente di Voltaire.

L’equivoco nasce parecchi decenni fa, quando la scrittrice Evelyn Beatrice Hall ha la malaugurata idea di mettere tra virgolette l’espressione «I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it », che era farina del suo sacco, in due sue pubblicazioni dedicate a Voltaire. Le virgolette hanno indotto i lettori a pensare che l’autore della frase fosse proprio il filosofo di Ferney, e a nulla è servita la smentita scritta da Miss Hall stessa nel 1939 e pubblicata nel 1943 (potete approfondire qui). Come al solito, le bufale galoppano più veloci di qualunque tentativo di correggerle, e così dagli anni ’30 ad oggi la frase ha continuato ad essere attribuita a Voltaire, fino all’apoteosi citazionista di questo gennaio dopo i fatti di Charlie Hebdo.

Di questo stesso argomento ha scritto a gennaio, e con cognizione di causa, Antonio Gurrado, uno che di Voltaire se ne intende, dal momento che si occupa di Illuminismo (all’Università di Pavia e in collaborazione con la Voltaire Foundation di Oxford). In qualità di collaboratore de Il Foglio, nelle ultime settimane Gurrado si è occupato di Illuminismo e tolleranza (vedi qui e qui), smontando più di un mito. A un mese dagli attentati di gennaio, ha scritto un articolo su Voltaire nell’era post-Charlie Hebdo che mi ha gentilmente concesso per Bunker Debunker. Ve lo propongo di seguito. Buona lettura!

Overdose di Voltaire

Impegnarsi a leggere un libro di Voltaire, ogni volta che scappa da citarlo a priori girando sempre intorno ai soliti due concetti omogeneizzati oppure alla rifritta sentenza (“Non condivido le tue idee ma darò la vita per fartele esprimere”) che ormai perfino i social network sanno essere apocrifa, potrebbe essere un buon antidoto alla sbornia, all’overdose di Voltaire che ci è piovuta addosso nel mese trascorso dall’attentato islamico alla redazione di Charlie Hebdo. Colpa della prontezza del sociologo Alain Touraine, che il 7 gennaio a novant’anni suonati è stato il più lesto a inventarsi uno slogan ficcante quale “Oggi hanno ucciso Voltaire”; e colpa della santificazione operata da chi ha voluto far passare dal Boulevard Voltaire il grande corteo della domenica successiva, a suggellare la metafora di tolleranza universale francocentrica. Poi è apparso sui muri di Parigi il manifesto che riproduceva una stampa dozzinale del sembiante di Voltaire, tratta da una qualche vecchia edizionaccia delle sue opere complete, su cui campeggiava una banda nera con la scritta “Je suis Charlie”. E in Francia, voilà, il Trattato sulla tolleranza è entrato d’impeto nella classifica dei bestseller, complice un’edizione a due euro; in Italia, dove costa di più, se ne impossessavano Eugenio Scalfari – dilaniato però da una crisi di coscienza papalina: “Non possiamo chiedere a Francesco di essere volterriano” – e Michela Marzano. Caso curioso, questo dell’onorevole filosofa che prima scrivevasu Rep. che rileggere Voltaire è “un modo di riappropriarsi delle proprie radici” e pochi giorni dopo pubblicava un libro intitolato Non seguire il mondo come va; si vede che di Voltaire non aveva riletto bene quel racconto intitolato proprio Il mondo come va, la cui morale è che bisogna lasciarlo andare così e pazienza. Al loro seguito una ciurma di rilettori della ventitreesima ora, sul web e sui giornali locali, con vette postmoderne che lambivano la coazione a ripetere; perfino la Gazzetta dello Sport, parlando del peso di Mattia Destro nella Roma, non riusciva a trattenersi: “Il superfluo, scriveva Voltaire, è cosa quanto mai necessaria”. Per un mese la citazione compulsiva ha impedito di distinguere il Voltaire reale da quello percepito e quindi anche di rifarsi all’unico precedente di satira anti-islamica di cui luifosse stato diretto testimone. Ne La filosofia della storia, uscita duecentocinquant’anni fa esatti, Voltaire racconta en passant di “quando un ambasciatore turco vide rappresentare a Parigi Il borghese gentiluomo di Molière, e vide la cerimonia ridicola in cui il protagonista viene fatto musulmano”. Nella scena viene “pronunziato il nome di Allah con derisione e in posture stravaganti”, tanto che l’ambasciatore “considerò tale intrattenimento alla stregua della profanazione più abominevole”. Non per questo il turco imbracciò l’archibugio per sterminare attori e pubblico (Molière era già morto) ma non per questo Voltaire prende le parti dell’autore in nome della libertà di stampa o di satira o di critica alla religione. Manifesta piuttosto un certo imbarazzo per una gratuita buffonata fuori luogo ma nemmeno spende una parola per giustificare lo scandalo provato dal maomettano bigotto. Né matita di Charlie né pugno di Francesco: Voltaire non si espone, il fatto non gli interessa poi tanto da spingerlo a dire ai sostenitori di Molière o ai sostenitori del turco che pur non condividendo le loro idee avrebbe dato la vita per farle esprimere. Frase che se mai ha proferito, notava il gesuita Silvano Fausti su Avvenire, l’ha detta in tarda vecchiaia, quando sapeva che tanto sarebbe morto lo stesso e a breve.

Antonio Gurrado

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