Complotti, Taylor Swift e “montagne di merda”, ovvero: come improvvisare un’intervista a Paolo Attivissimo

Paolo Attivissimo

Paolo Attivissimo

Il 10 febbraio, in occasione del Safer Internet Day 2015, l’Università Bicocca di Milano ha ospitato una serie di incontri sul tema della sicurezza sul web. Tra i relatori c’era anche Paolo Attivissimo, che oltre ad essere un debunker di prim’ordine è anche giornalista informatico, conduttore radiofonico e traduttore.

A quell’evento c’ero anche io, non in qualità di relatrice bensì di semplice giornalista (praticante), e il fato ha voluto che fossi seduta proprio dietro Attivissimo. Siccome so riconoscere i segnali del destino quando li vedo, mi sono fatta avanti e l’ho importunato per fargli qualche domanda per Bunker Debunker (improvvisando del tutto  un’intervista per la quale in un mondo ideale mi sarei preparata per giorni, ma questo è il bello della diretta). Ecco a voi il risultato.
Buona lettura!

Fare debunking è difficile, e non solo perché richiede molto studio e un paziente lavoro di fact-checking, ma anche perché spesso, soprattutto quando si ha a che fare con le teorie del complotto, si viene accusati di essere persone saccenti, ingenue o e al soldo della multinazionale di turno. C’è un modo migliore di altri per fare debunking senza essere attaccati? È possibile farsi veramente ascoltare da chi è fermamente convinto che una bufala o una teoria del complotto sia vera?

«Come dice Taylor Swift, Haters gonna hate. Rassegnati: quelli che ti odiano ti odieranno qualunque cosa tu faccia. In realtà il debunking non lo fai per l’invasato, per il complottista. Lo fai per chi è incerto, per chi sta a guardare e si chiede: “Mah, questa cosa dei vaccini che fanno male, sarà vera o falsa? E le scie chimiche, della cui esistenza sono convinti anche alcuni movimenti politici, saranno pericolose per davvero?”. È per queste persone sull’orlo del dubbio che vale la pena scrivere. La cosa più bella del lavoro di un debunker (…) è quel momento in cui, dopo un dibattito pubblico, arriva una persona e dice: “Guardi, io ero preoccupata per questa faccenda, adesso ho capito come stanno le cose, grazie!”. Questo momento ti ripaga di tutti gli insulti, gli attacchi, le bordate di cattiverie che ti dicono. (…) Per cui non fare debunking per il complottista, anzi non perdere tempo con il complottista. Anche se fai un ragionamento ineccepibile, con la massima serenità, impostando un dialogo il più aperto possibile, un complottista non ti ascolterà quasi mai: è già convinto della sua idea e quindi non c’è ragionamento che tenga. Però c’è tanta gente che ha bisogno di qualcuno che spieghi le cose in maniera semplice – non semplicistica, ma semplice».

Quindi oltre a “don’t feed the troll” anche “non nutrire il complottista”?

«Assolutamente sì. Il complottista molto spesso cerca lo scontro, oppure il suo obiettivo è quello di far perdere tempo a chi fa debunking. Anche per questo un debunker dovrebbe criticare l’idea, la tesi, e non l’individuo. Perché se si affronta il complottista personalmente il dialogo si trasforma in uno scontro personale, e per chi sta a guardare inizia a sembrare un confronto tra matti. Prendi di mira la tesi, non l’individuo, e questo ti risparmierà un sacco di guai. (…) Anche perché per alcuni sostenitori delle teorie del complotto parte dell’appagamento deriva dal sentirsi martiri. A volte leggo cose del tipo: “Attivissimo ce l’ha con me, vuol dire che ho scoperto qualcosa che vorrebbero insabbiare!”. E io vorrei rispondergli: guarda, se tu avessi veramente scoperto qualcosa di così segreto, non ci sarei qua io a risponderti o a darti torto, ci sarebbe la CIA a prenderti e impallinarti!».

Dietro alle bufale e alle teorie del complotto c’è un business di cui spesso non siamo consapevoli. All’inizio del 2015 ho partecipato alla campagna #avoistabene lanciata da Diego Cajelli dal suo sito. L’obiettivo era segnalare alle aziende la presenza dei loro banner pubblicitari sui siti di disinformazione, nella speranza di spingerle a ritirarli. Questo genere di campagne potrebbero essere un buon modo per sottrarre introiti a chi diffonde bufale, cospirazioni e allarmismi fini a se stessi?

«Purtroppo non penso sia così facile. La pubblicità su internet si basa sul traffico. E attirare traffico significa semplicemente convincere una persona a visualizzare la pagina, anche se su quella pagina non ci sono contenuti veritieri. Lo fanno anche i siti dei giornali: “Scandalo, la vita intima della celebrità di turno!” e tutti vanno a cliccare. Per l’inserzionista pubblicitario  il cospirazionismo è indifferente: non importa cosa dice un sito internet, basta che porti dei clic».

Quindi fare leva sul danno di immagine delle aziende rischia di essere inutile?

« Sì, a meno che il marchio dell’azienda non sia associato a qualcosa di veramente clamoroso, come il negazionismo dell’Olocausto. In questi casi limite sì, il metodo può funzionare. Ma nella maggior parte dei casi, purtroppo, no. Anche perché molti siti complottisti non vivono di pubblicità ma di merchandising, donazioni, autofinanziamento, e hanno costi di produzione veramente bassi».

Disinformazione e teorie non-scientifiche non sempre vengono considerate come contenuti di scarsa qualità. Come mai?

« Ho notato che esiste questa sorta di malcostume per cui si pensa che tutti i punti di vista siano alla pari e che tutti abbiano diritto alla propria opinione su qualunque tema. Ma in realtà non è vero: se stiamo parlando di fisica nucleare il punto di vista di un fisico nucleare conta un po’ di più di quello di un salumiere. Se parliamo di salumi, invece, è l’esatto opposto. E questo è un problema che vedo anche in molti approcci giornalistici: “Dobbiamo far sentire le due campane! Dobbiamo mostrare entrambi i punti di vista del problema!”. Non è così: bisogna mostrare i fatti, non le opinioni di chiunque. Il tuo compito come giornalista è raccogliere i fatti, arrivare a una conclusione e presentarla al lettore. Questo dovrebbe essere il patto sociale tra lettori e giornalisti: il lettore non ha tempo per informarsi approfonditamente su temi complessi, quindi paga il giornalista, che ha gli strumenti del mestiere, perché lo faccia per lui.

Esiste una teoria chiamata “teoria della montagna di merda” (il nome non l’ho inventato io!) secondo cui per produrre una montagna di merda ci vuole poca fatica, mentre per pulirla ci vuole una fatica immensa e comunque l’odore ti rimane addosso. E questa è l’asimmetria fondamentale del cospirazionismo. Ci vuole poco tempo per costruire una teoria secondo cui, ad esempio, il numero di poltrone della sala in cui ci troviamo è fatto su misura per rappresentare il numero di illuminati che siedono in parlamento. Ma se qualcuno volesse smontare questa argomentazione allora dovrebbe fare un lavoro di fact-checking interminabile, e tutto per una cosa che mi è costata tre secondi di improvvisazione! Per questo consiglio spesso ai debunkers di scegliere bene il proprio obiettivo, concentrandosi sulle tesi cosprirazioniste che producono più danni. Se si vocifera che Gianni Morandi abbia strane abitudini alimentari, ad esempio, non ci cambia molto. Se invece c’è qualcuno che fa attivamente pubblicità contro i vaccini e istiga i genitori a non vaccinare i propri figli, allora c’è un danno serio per la società e quindi, secondo me, vale la pena investire tempo per fare debunking. (…) Lo sbarco sulla luna è un bel tema, a me piace (Attivissimo ha scritto un libro in cui smonta le teorie che negano l’allunaggio, ndr), ma cosa cambia se ci siamo andati o no? Certo, è una questione di verità storica, ma non è che a causa delle teorie che negano l’allunaggio la gente si ammala di più o di meno. Il negazionismo dell’Olocausto? Questo è un argomento tosto: ricordare l’olocausto è una necessità, per evitare che si ripetano gli stessi errori».

Ultimamente il “metodo Di Bella” per la cura del cancro è tornato in auge. Io ero bambina quando c’è stata la sperimentazione, nel 1998, e mi fa impressione vedere che a quasi vent’anni di distanza se ne parli ancora. Questo mi ha fatto riflettere sul successo di certe bufale e di certe teorie del complotto. Qual è il loro segreto?

«Parlare con gli psicologi è interessante per capire perché alcune tesi cospirazioniste hanno così tanto successo. Il fatto è che le persone hanno bisogno di spiegazioni semplici. Alla maggior parte della gente non interessa la spiegazione dettagliata. E poi c’è anche un bisogno altrettanto forte di vedere confermate le proprie idee o visioni del mondo. Ad esempio, c’è una percezione molto diffusa, e per alcuni versi anche abbastanza giustificata, secondo cui le case farmaceutiche sono abbastanza carogne. Abbiamo dei dati in merito: il libro “Bad Pharma” di Ben Goldacre, ad esempio, documenta gli abusi delle case farmaceutiche. Ma con un eccesso di semplificazione spesso si parte da queste ricerche solide e documentate e si arriva a dire, ad esempio, che le case farmaceutiche hanno trovato la cura per il cancro e non vogliono che si sappia. Questa teoria estremizzata non ha senso: se una casa farmaceutica avesse la cura per il cancro farebbe i fantastiliardi! Però fa presa su molta gente, perché fornisce una spiegazione semplice e conferma l’idea che le case farmaceutiche siano carogne. Un altro esempio: la popolarità delle cure “alternative”. Anche questa funziona più o meno allo stesso modo: queste cure spesso sono come dei rituali, danno la sensazione di avere il controllo su una situazione complessa, e anche di saperne più degli altri. Anche questo è un meccanismo diffuso: credere nelle teorie del complotto, o in generale a qualunque idea alternativa, ha una componente di auto-gratificazione. Chi ci crede a volte pensa: “io ho capito la verità, tu no, quindi tu sei inferiore a me”. E poi, se ci pensi, alcune teorie del complotto sono anche delle belle storie, come dei romanzi!».

Chiara Severgnini

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