Care aziende, la vostra pubblicità compare accanto a notizie false e incitazioni all’odio: #avoistabene ?

Se anche voi, come me, avete installato AdBlock qualche anno fa e da allora non ne avete più fatto a meno, può darsi che non ci abbiate mai pensato, ma dietro alle bufale c’è un vero e proprio business. Anzi, mi correggo: accanto alle bufale c’è un vero e proprio business.

I siti che hanno fatto della condivisione di bufale e di complotti il loro marchio di fabbrica generano molto traffico. Questo, ci piaccia o no, è un fatto. E chi si occupa di inserzioni pubblicitarie se ne è accorto, tanto che se vi fate un giro su uno di questi siti con AdBlock disattivato vi troverete di fronte a cose come queste:

Screenshot del sito www.losai.eu

Screenshot del sito http://www.losai.eu

In sostanza, accanto al teorie del complotto, notizie inventate e bufale populiste non si trovano solo pubblicità di bassa lega, del tipo “clicca qui per scoprire come perdere 15 kg in 5 giorni”, ma anche banner di aziende rispettabilissime e siti internet al di sopra di ogni sospetto. “Pecunia non olet“? Non credo proprio. Quando si tratta di pubblicità, infatti, è bene fare molta attenzione a quali genere di contenuti viene associato il proprio nome. Proprio su questo si basa l’iniziativa lanciata dallo sceneggiatore e fumettista Diego Cajelli sul suo blog e che BunkerDebunker appoggia in pieno.

L’iniziativa nasce sull’onda del caso Greta e Vanessa, le due cooperanti rapite in Siria. La loro liberazione ha scatenato infinite controversie e ha dato il via ad una serie impressionante di articoli di condanna, esternazioni di odio, incitazioni alla violenza etc (un riassunto qui). La notizia – mai confermata – secondo cui le ragazze avrebbero fatto sesso consenziente con i loro rapitori ha ispirato il famoso tweet del vicepresidente del Senato, Gasparri, ma anche un filone di articoli che hanno trovato ampio spazio sui siti bufalosi di tutta Italia. Nei giorni successivi, la tesi complottista secondo cui Greta e Vanessa avrebbero inscenato il loro rapimento per finanziare i terroristi ha preso il volo. Allo stesso tempo, gli articoli finalizzati a cavalcare l’onda populista denigrando le due ragazze si sono moltiplicati in modo incontrollato. Eccone un esempio:

Screenshot del sito catenaumana.it

Screenshot del sito catenaumana.it

In questo caso, come in molti altri,  la speculazione complottista e populista si coniuga con l’odio e la denigrazione. E proprio accanto a questo splendido esempio di bassezza e violenza gratuita, ecco il banner pubblicitario di Amazon. Un caso macroscopico di un problema che, come abbiamo visto, ricorre più spesso di quanto pensiamo.

Che fare di fronte a situazioni come questa? La proposta di Diego Cajelli  è semplice: colpire le aziende nel loro ventre molle, cioè la loro immagine pubblica. Come? Chiedendo loro, su Twitter, se gli sta bene essere associate a notizie false e istigazioni alla violenza, se sono fiere di “finanziare l’ignoranza e sponsorizzare l’odio”. Come scrive Cajelli stesso, infatti:

Oggi, nel web contemporaneo, secondo me quello che conta davvero non è il numero delle visualizzazioni, quello che conta è la qualità dei contenuti. Se fossi un’azienda a me farebbe schifo comparire con un banner su Catena Umana e su siti escrementizi simili. Mi farebbe schifo dare i miei soldi a quella gente lì.

E ancora:

È ora che gli inserzionisti e le agenzie sappiano dove va la loro pubblicità. Perchè la logica legata al traffico, al numero di visualizzazioni che fa aumentare il valore di un sito ha creato la situazione in cui ci troviamo ora: gente che crea notizie false, fomenta e scatena l’indignazione delle bestionline sul web con l’unico scopo di incassare.

Personalmente trovo difficile non essere d’accordo con le osservazioni di Cajelli. E quindi vi invito a leggervi i post del suo blog da cui è partita l’iniziativa (sono tre e li trovate qui, qui e qui) e, soprattutto, a fare la vostra parte. Disattivate AdBlock per pochi minuti, scegliete un sito bufaloso, fate uno screenshot della pubblicità accanto ad un articolo contenente notizie false o incitazioni all’odio e interpellate l’azienda su Twitter con l’hashtag #avoistabene? Euronics Italia ha già risposto che no, a loro non sta bene, e che faranno il possibile per far sparire i loro banner da quel tipo di siti. Se è l’inizio di qualcosa – e se questo qualcosa riuscirà a sottrarre fondi a chi diffonde le bufale – io voglio farne parte. E voi?

 

Chiara Severgnini

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