Perché si dice “bufala”?

Ho sempre avuto un debole per le etimologie e, più in generale, per la storia delle parole. Ma soprattutto per le etimologie. Per molte ragioni, tutte – a mio modesto parere – fondatissime. Siccome l’argomento si presta ad essere condito di splendidi aneddoti, ve ne presenterò alcune.

Tanto per cominciare, trovo che le etimologie siano un ottimo modo per rompere il ghiaccio alle feste, quando non conosci nessuno e la conversazione langue. L’etimo di “schittone“, ad esempio, mi ha salvato da molti silenzi imbarazzanti. In aggiunta, le etimologie sono anche interessanti. E spesso offrono degli spunti di riflessione mica da ridere. Prendiamo il caso del verbo “perplimere”. Fino a qualche anno fa, “perplimere”, molto semplicemente, non esisteva. Ed in effetti non esiste neanche oggi, almeno nella lingua italiana propriamente detta – quella che, per intenderci, è attestata nei dizionari. Come ha spiegato l’Accademia della Crusca, infatti, “perplimere” non è – a dispetto delle apparenze – un derivato del latino, bensì un neologismo inventato negli anni ’90 da Corrado Guzzanti. Qualche giorno fa, però, ho sentito il personaggio di una serie tv dire: “tutto questo mi perplime”. Con buona pace dell’Accademia della Crusca. E se questo non è uno spunto interessante, non so proprio cosa lo sia.

Ora che vi ho persuasi dell’intrinseca bellezza e utilità delle etimologie, veniamo al dunque. Perché si dice “bufala” per indicare una storia falsa?

bufala stupita

Perché si dice bufala? Un quesito che scuote le anime e fa tremare le coscienze.

La risposta è che nessuno lo sa con precisione. Non è un caso raro: il percorso che porta una parola ad assumere un certo significato traslato è spesso difficile da ricostruire. In questi casi le ipotesi sono molte, anche fantasiose, ma le certezze scarseggiano.

Partiamo dai dati certi, ovvero quelli che riguardano l’etimo in senso stretto. La parola “bufalo” deriva senza ombra di dubbio dal latino tardo bufălus, che a sua volta deriva dal latino classico bubălus, il quale a sua volta deriva dal greco antico βούβαλος. Fino a qui, non ci sono dubbi. Secondo Tullio de Mauro e il suo autorevole dizionario,  il lemma ha assunto per la prima volta il significato di “notizia falsa” nel dialetto romanesco e la diffusione nell’italiano standard è avvenuta solamente negli ultimi decenni. Luca Damiani, nel suo libro “Bufale: breve storia delle beffe mediatiche da Orson Welles a Luther Blissett“, cita in merito il dizionario di romanesco di Fernando Ravaro, secondo cui nel dialetto capitolino esiste da tempi immemori l’espressione “arifilà ‘na bufola”, ovvero “truffare qualcuno, cedendo ad alto prezzo qualcosa di poco valore”.  Ma perché si è scelta proprio la bufala per identificare una notizia falsa?

Stando a De Mauro, la parola “bufalo” si usa anche per indicare una persona “ottusa” e “rozza”. Non va dimenticato che i pastori, un tempo, conducevano i bufali al pascolo tirandoli dall’anello che portavano al naso: coloro che si lasciano “prendere per il naso” sono gli stolti, i creduloni. Una notizia falsa, dunque, potrebbe essere diventata una “bufala” proprio per questo: solo i “bufali” – gli ingenui, gli sciocchi – possono crederla vera. Più suggestiva è l’ipotesi che la “bufala” sia detta tale in memoria della “bufalata”, un palio semi-serio e festoso tipico di molte città italiane nel Cinque-Seicento. Data l’atmosfera carnevalesca che dominava questo genere di manifestazioni popolari, infatti, la “bufala” sarebbe diventata sinonimo di “scherzo”, “burla”, e dunque anche di notizia inventata allo scopo di prendere per i fondelli qualcuno. Stefano Bartezzaghi suggerisce invece che l’origine del significato traslato di “bufala” vada cercata nelle pratiche venatorie: anticamente, i cacciatori si  mimetizzavano nella boscaglia indossando una sorta di costume, soprattutto durante l’uccellagione, e uno dei travestimenti tradizionali era il cosiddetto “bufalo” o “bue”. Una notizia falsa travestita da notizia vera sarebbe come il cacciatore che si maschera per non dare nell’occhio: una “bufala”, dunque. Da bravo enigmista, Bartezzaghi nota anche che “bufala” è l’anagramma di “fabula”. In latino, fabula ha molti significati, tra cui anche – pensa un po’! – quello di “frottola”, “chiacchiera”, “diceria”. Coincidenza?

 

Chiara Severgnini

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7 pensieri su “Perché si dice “bufala”?

  1. Può avere qualche correlazione anche con (purtroppo) tanta gente che ama il fior di latte, e considera la bufala una “mozzarella falsa”?
    Magari la sto sparando grossa, ma ne ho conosciuti tanti che la pensano così…

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    • Ciao Remton,
      ho sentito anche io questa ipotesi dell’etimologia “mozzarellosa”, ma non l’ho riportata nel post perché non ho trovato alcuna conferma della sua veridicità in testi affidabili. Potrebbe trattarsi di un caso di etimologia popolare o paretimologia in senso lato, quindi. Se così fosse, questo la renderebbe tanto interessante quanto le altre etimologie più ufficiali. Mi hai dato un’idea per un altro post, grazie mille 😉

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  2. Ciao Chiara,
    mi è piaciuto molto, nel tuo bell’articolo, la citazione ripresa da Luca Damiani e tratta dal dizionario di romanesco, secondo cui, appunto, “arifilà ‘na bufola” è un’espressione in uso da lungo tempo in questo dialetto. Le parole “bufola” e “buffo” sono assai simili e a me paiono strettamente apparentate (per averne conferma, di fatto, occorrerebbe verificare le ricorrenze e l’uso che di questi due termini è stato fatto nella letteratura, risalendo alla loro origine). Paiono rappresentare, entrambe, l’immagine del soffiare e, in particolar modo, del gonfiare e dell’esagerare. Mentre, però, l’associazione della parola “buffo” all’immagine del soffio e del vento è da più parti accettata (il vocabolario Treccani e il dizionario etimologico Pianegiani, quello che si trova in rete, la riportano entrambi), l’etimologia della parola “bufala”, come ho appreso dal tuo articolo, è ancora dibattuta. La “bufala”, se la considerasse figlia della stessa radice di “buffo”, indicherebbe propriamente l’atto di gonfiare, esagerare e ingigantire i contorni di un fatto, di una notizia, senza un esame del contenuto. È una spiegazione che mi pare adatta a spiegare un fenomeno del linguaggio popolare, che non si informa dall’alto ma attinge alle espressioni vive, colorite, proprie della lingua parlata e tanto spesso figlie dei vari dialetti. Tanti auguri per il tuo blog!

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    • Ciao Sebastiano! Grazie per il tuo commento! La tua interpretazione è davvero interessante: la nozione di “soffiare” e “gonfiare” sembra davvero adatta a descrivere l’alterazione della realtà tipica di una bufala. Credo di avere ormai più di una ragione per un secondo articolo sull’etimologia! 🙂 a presto

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