Dove pascolano le bufale: il caso della sonda Rosetta e del telegiornale che fa male alla scienza

Vi avevo promesso un post pieno di dati e grafici sulla resistenza delle bufale al debunking, e non vi deluderò. Ma oggi parliamo di qualcos’altro. Parliamo di habitat. Dove vive una bufala? Di cosa si nutre? Chi la aiuta a prosperare nell’era dell’informazione?

Il punto di partenza è un quesito: come è possibile che la gente creda davvero a certe cose? Chiunque abbia una connessione internet e un briciolo di senso critico si è posto questa domanda almeno una volta. Le risposte possibili sono molte e talvolta piuttosto complesse. Avremo modo di vederne alcune nei prossimi mesi. Oggi, però, partiamo con un esempio: una nota dolente 100% made in Italy che dimostra come l’habitat delle bufale sia qualcosa che si plasma ogni giorno, nel bene e nel male. Il tema è la superficialità con cui (alcuni) media nostrani si confrontano con la scienza. Il pretesto è una storiaccia recente di cui probabilmente avete sentito parlare. Ma io ve la racconto meglio, quindi state sintonizzati.

Come probabilmente sapete, il 12 Novembre il lander Philae della sonda spaziale Rosetta è atterrato sulla cometa 67P/Churyumov Gerasimenko. Si tratta di un’impresa unica: è la prima volta che la tecnologia umana riesce a conquistare una cometa. La missione, lanciata nel 2004, è il frutto degli sforzi congiunti di 20 Paesi europei riuniti nell’ESA: una bella prova di cooperazione, quindi, oltre che un successo tecnico.

A questo punto del racconto, però, devo “fare outing” (espressione tremenda, ma ormai irrinunciabile): ho una formazione umanistica, quindi per me lo spazio è quella cosa bella (stelle! pianeti! colori stupendi!) e inquietante (non puoi respirare! prima o poi il sole si spegnerà e moriremo tutti!)  in cui sfrecciano le astronavi dei film di fantascienza. Con un enorme sforzo intellettuale posso rispolverare qualche nozione di Geografia Astronomica risalente agli anni del liceo: il diagramma Hertzsprung-Russel, la definizione di “corpo celeste”, il trauma – mai superato – dell’estromissione di Plutone dal novero dei pianeti (ma pare ci siano buone nuove per lui). Questo è il massimo che posso fare e di certo non fa di me un’esperta. Tutto questo lo dico non per biografismo fine a se stesso, ma per chiarire che ho recepito la notizia dell’atterraggio di Rosetta sulla cometa in modo del tutto acritico: la mia ignoranza mi preclude completamente la possibilità di farmi una mia opinione sulla missione. Siccome nutro un’ammirazione spontanea per la scienza, la mia reazione alla notizia è stata: “che figata abbiamo mandato una sonda su una cometa!” (in giornate peggiori avrebbe potuto essere: “ah, la sonda è atterrata sulla cometa? E sticazzi?”).

Data la mia ignoranza, se in questo momento arrivasse qualcuno di cui mi fido moltissimo e mi dicesse che Rosetta è stata costruita assemblando lattine di Coca-Cola, io potrei credergli. Perché non ho le competenze per sbugiardarlo. Questo vale per me come per chiunque altro sia nella mia stessa situazione, cioè – credo di non sbagliare – la stragrande maggioranza degli italiani (soprattutto gli anziani).

Alla luce di quanto detto, cosa succede se un TG nazionale commenta la notizia dello sbarco di Philae raccontando che l’intera missione è uno spreco di soldi perché mandare una sonda su una cometa non serve a nulla? Prima di rispondere, gustatevi – se non l’avete già fatto – questo servizio, andato in onda proprio il 12 Novembre e proprio su un TG nazionale: il TG4, secondo Focus “cintura nera di pressapochismo scientifico”.

Come avrete potuto vedere e ascoltare, siamo al cospetto di un capolavoro. Un capolavoro di scorrettezza, intendo. Ecco un elenco rapido delle cose francamente (cit.) sbagliate di questo servizio:

– L’accenno al fatto che “nessuno” (sic) sapeva della missione di Rosetta. Va da sé che a suo tempo ne hanno parlato tutti i quotidiani e che con l’avvicinarsi dello sbarco sulla cometa se ne è parlato in modo quasi ossessivo. Google ha anche fatto un doodle sul tema, e questo chiude la faccenda.

– La distanza della sonda dal sole: secondo il TG, 800 km. In verità, sono 500 km.

– L’idea che gli scienziati siano “quasi gli unici ad eccitarsi per l’arrivo di Philae sulla cometa”: non è d’accordo, ad esempio, Twitter, che ha visto gli hashtag collegati alla missione schizzare in testa alle classifiche nelle ore dello sbarco.

– Il costo della missione: il servizio parla – piuttosto vagamente – di “più di 100 milioni di euro”. Una rapida ricerca sul sito ufficiale dell’ESA restituisce la cifra esatta (1,4 miliardi di euro). In realtà, basta cercare su Google le parole “costo rosetta” e il motore di ricerca restituisce il dato senza richiedere grandi sforzi da parte nostra. Per di più, in rete si trova anche un’ottima infografica, che vi propongo:

costo rosetta esa infografica

Quanto (ci) è costata Rosetta? Solo 3,50 euro a testa. Infografica di Scienceogram.org; dati: ESA.

Ma gli errori non sono tutto. In questo servizio c’è qualcosa che mi sembra ancora più grave: il messaggio di fondo. Secondo il TG4, che molti reputano autorevole, la missione Rosetta è stata inutilmente costosa. Il suo obiettivo viene descritto ai telespettatori – la maggior parte dei quali, ricordo, troppo a digiuno di scienza per farsi un’idea autonoma sull’argomento – con queste parole: “recuperare un reperto archeologico dell’universo”. Il messaggio è che esplorare lo spazio sia un vezzo fine a se stesso, un inutile lusso. In verità, non è così. Vi invito a leggere la sezione FAQ del sito dell’ESA – e in particolare il paragrafo dall’eloquente titolo “Why spend such a huge amount of public money on studying remote stones in space?” – per saperne di più. Qui mi limiterò a citare questo stralcio che trovo significativo:

It is important to consider that what may seem pure science ends up contributing to the store of human knowledge, and the advancement of knowledge always has relevance to everyday life, in the practical as well as the philosophical sense. Many technologies developed for space eventually lead to advances in other areas, though it is very difficult to predict when and how basic knowledge will result in practical benefits. If there had not been a need for particle physicists to share data, there would be no World Wide Web. There are also direct spin-offs, like Rosetta’s advanced solar cell technology. ESA is very careful to optimise the financial resources available in order to get the maximum profit, in terms of scientific results, technology and – last but not least – advances for European industry. The educational fallout from major science endeavours should also not be underestimated. Missions like Rosetta are inspiring and fascinating, and help to get more young people interested in science, including many who may eventually choose a scientific career.

Nulla di tutto questo è passato inosservato. Nei giorni successivi alla messa in onda del servizio, infatti, sono esplose le polemiche e non sono mancate critiche e puntualizzazioni. La replica del TG4 (che trovate qui) non si è fatta attendere, ma non è riuscita a convincermi (e non penso di essere la sola). Mi permetto di riassumere l’argomentazione di fondo del giornalista con poche, semplici parole: “stavamo solo scherzando e voi permalosoni ne avete fatto un affare di stato, uno non è neanche più libero di dire la sua opinione, siete dei dogmatici”.

Il punto è – come non hanno mancato di sottolineare in molti, ad esempio Amedeo Balbi su Wired –  che entrambi i servizi non sono soltanto zeppi di errori (cosa di per sé grave, perché un giornalista dovrebbe sempre dare informazioni corrette), ma anche intrisi di un sentimento che nella migliore delle ipotesi è poco scientifico e nella peggiore è del tutto anti-scientifico. E su questo non si scherza (né ci si può nascondere dietro alla maschera del “stavamo solo scherzando”). Gente più competente di me mi ha detto che dietro a questo servizio (e alla successiva replica) c’è una precisa scelta editoriale. Non è questa la sede per lanciarsi in un’analisi delle ragioni per cui questo specifico TG desidera dare ai suoi telespettatori un’idea così distorta della missione Rosetta e dei suoi obiettivi. Quello che mi preme sottolineare è che finché l’informazione continuerà a maltrattare la scienza, il pubblico continuerà a non capirla e quindi continueranno ad esserci persone capaci di credere a qualunque cosa. Anche alle bufale, per quanto deliranti possano essere. Purtroppo, non siamo tutti scienziati. Per questo sui media ricade una responsabilità ancora più grande: precisione e correttezza, quando si tratta di argomenti che non sono alla portata di tutti, sono un obbligo doppiamente stringente. Servizi come questo avviliscono la scienza e così facendo contribuiscono a creare e a sorreggere l’habitat in cui le bufale prosperano.

In una recente intervista, Piero Angela – un grandissimo della divulgazione scientifica – ha detto che è “il bagaglio di conoscenze e di cultura” a definire e formare una civiltà. E poi ha aggiunto:

I media, i giornali in generale, danno più spazio a teorie pseudoscientifiche. È normale, lo fanno perché sono storie più accattivanti, vendono di più, attraggono l’attenzione. In fondo a tutto questo, c’è la tendenza pericolosa verso il “pensiero magico” (…) Si assimilano teorie pseudoscientifiche perché sono più semplici, ma del tutto infondate.

Forse l’immagine delle comete come splendidi fasci di luce nel cielo è più accattivante (e vende di più) di quanto facciano quelle del “sasso polveroso”, prosaico e incomprensibile, che ci ha mostrato Rosetta. Ma barattando un’immagine finta con un’immagine vera, non abbiamo che da guadagnarci. Parola di umanista.

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